Le tre bestie della mia vita.


(I protagonisti si raccontano in prima persona)

Cap. I

Oggi - Il ritorno

Per anni avevo desiderato allontanarmi dal paese, alla ricerca di una carriera e di quel successo, che mi avrebbero potuta riscattare. Normalmente tornavo a casa per le festività, giusto qualche giorno, sempre di fretta, sempre tirata. Avevo imparato che essere sfuggenti fa diventare più desiderabili, di certo ammanta di un alone di mistero, e gli occhi della piccola gente di paese ti iniziano a seguire e il loro brusio a testa china, ti fa sentire che finalmente sei qualcuno.
Questa volta la mia presenza qui non è per una festa, forse dovrò anche rimanere un po’ più di qualche giorno. Voglio stare vicina a mia madre, adesso più che mai ne ha bisogno, spero solo che questo casino si risolva presto.
Mentre l’aspetto fuori dal “Frutta e verdura”, il richiamo dell’organo di Don Marco si fa sentire, lo intravedo dalla vetrata del rosone e decido di entrare.
Questo posto mi fa sempre un certo effetto, esattamente come da bambina. La solita porta a molla che stride, il rimbombare di ogni piccolo rumore, che ti mette a disagio e ti fa rannicchiare in un angoletto buoi, per non parlare della semioscurità delle candele, della puzza di incenso, dei banchi tarlati e delle gocce di cera sul pavimento, sotto la statua di San Giuseppe.
Questo posto è sempre sembrato a tutti un antro scuro, capace di fagocitarti da un momento all’altro. Il parroco precedente poi, claudicante ed orbo da un occhio, lo rendeva ancora più tenebroso; solo un’anima limpida sarebbe riuscita nell’impresa di rieducare i giovani del paese, a frequentarlo e a riempirlo di vita, solo Don Marco era riuscito a farlo e nel giro di qualche anno era diventato un punto di ritrovo. Evidentemente però, quello che era successo due mesi fa, aveva fatto ripiombare tutto così com’era prima, anzi, anche peggio e sinceramente non ne ero affatto stupita.
 - Ciao Valeria!
 - Ciao Don… ti ho sentito suonare, non ho resistito! Ho accompagnato mamma a fare la spesa. È molto provata, come lo sarai anche tu… credo.
 - Il suono dell’organo aiuta a distendermi e a non pensare, se non alla magnificenza di Nostro Signore. Vedrai che la fede ci aiuterà tutti: tua madre, me e anche te Valeria. Non sai quante persone sono rimaste sconvolte da quel 3 settembre e comunque lo vedi da sola il risultato, la paura sta facendo chiudere tutti a riccio. I ragazzi non vengono nemmeno più per le prove dello spettacolo che volevamo inscenare a fine anno!
La delusione, lo sconforto, l’amarezza gonfiavano gli occhi di Don Marco, poi un sospiro, una mano calda sulla spalla e il suo solito dolce sorriso di conforto.
Lo sapevo che ce l’avremmo fatta, che gli occhi gonfi di mia madre, si sarebbero illuminati vedendo ritornare quella matta di Monica, che come tutte le volte faceva un sorrisetto e un’alzata di spalle, come se sparire per dei mesi senza farsi sentire, fosse normale. Questa volta però era diverso; mia sorella era strana sì, ma non falsa, né bugiarda e quando decideva di partire, preparava tutto il necessario e di certo non si inventava scuse per uscire di casa, non ne aveva bisogno. Sta volta sì che era davvero tutto diverso. Lei non si trovava ancora, ma in compenso Don Marco aveva trovato quel poveretto di Francesco.

Cap. II

2 mesi prima – Un giorno migliore

- 3 settembre! Una bella giornata di sole tesoro. Qui sul calendario c’è scritto “Prove spettacolo” ore 10:00.
- Lo so mamma, anzi è tardi. Mi fiondo da Don Marco, ho anche promesso a Francesco di andarlo a prendere. Vado… ciao!
- Ma non è prest…
Nemmeno riuscii a finire, mi diede di corsa il solito bacio sulla guancia e l’inconfondibile odore della sua pelle mi raggiunse ed avvolse. Una fragranza dolce e piccante allo stesso tempo, comprata non so dove. Monica era finalmente cambiata, più posata, dolce, riflessiva. Il rapporto con Francesco era stato decisivo nella sua vita e sicuramente i mie occhi di madre, capivano benissimo che non si trattava solo di amicizia, ma di qualcosa di ben più profondo.
Mentre pensavo alla serenità ritrovata di mia figlia, sorrisi e mi sentii leggera. Monica ora era libera, le sue paure e il mostro che fin da piccola la perseguitava, ormai erano ricordi lontani!

A casa di Francesco

- Ciao Moni…
- Dai Sali, che andiamo alle prove.
- Non è un po’ prestino?! Guarda che arriviamo in anticipo di almeno 2 ore.
- Zitto e sali, prima ti porto in un posto.
Il sorriso radioso di Monica dentro la sua scassatissima panda, la rendeva la ragazza più bella del mondo. Io ero già stracotto di lei, dopo averla intravista una volta in chiesa. Frequentavo Don Marco da poco, perché da poco mi ero trasferito, ero un discreto catechista, mi piaceva stare in compagnia dei ragazzini, mi piaceva il teatro e soprattutto mi piaceva lei.
Monica lo sapeva e per fortuna non era mai stata una di quelle tipe troppo preziose, si era avvicinata subito, mi aveva messo un braccio intorno alle spalle in segno di amicizia ed io l’avevo amata.
La panda era veramente troppo scassata, il finestrino lato passeggero non chiudeva bene ed i ricci, lunghi e neri, mi finivano sempre sulla faccia, un po’ negli occhi, un po’ in bocca, e Monica se la rideva come una pazza e le sue risate mi mandavano in estasi.
Sinceramente non avevo nemmeno guardato dove stava andando, ero troppo concentrato ad ammirarla ridere e prendermi in giro. Accostò, scese, con due balzi arrivò alla mia portiera e mi tirò fuori come un’alice dalla scatoletta. Era un piccolo bosco a pochi chilometri dal paese, un posto relativamente isolato. Mi trascinò prendendomi per mano, e dopo 5 – 6 file di alberi iniziò una piccola radura, un fazzoletto di erba fresca, pieno di fiori.
Monica si buttò pancia all’aria per terra, i suoi lunghi capelli castani e lucenti, furono trafitti da mille margherite.
- Dai Fra, vieni…
- Ma…
- Pensavi che non mi sarei ricordata del tuo compleanno?! Bhè quest’anno il tuo regalo sono io.
Non sapevo nemmeno da dove incominciare, ma Monica rese quell’ora, la più bella della mia vita.
I suoi baci umidi, i suoi sorrisi, le sue dita sulla schiena, il suo odore…

In chiesa 1 ora e mezza dopo

Don Marco stava facendo il solito giro di innaffiatoio, per dar da bere alle piante in chiesa. Guardò l’orologio, velocemente si genuflesse, uscì, e si diresse verso la sala grande dove i ragazzi dovevano fare le prove dello spettacolo. Affrettò il passo perché sicuramente Monica e Francesco erano lì da un pezzo. La devozione di quei due lo rendeva felice, si aiutavano, si volevano bene, si dedicavano ai ragazzi ed al teatro con un trasporto mai visto prima. Erano belli!
Trovò la porta della sala chiusa de dentro, strano. Chiamò i ragazzi ma nessuno rispose, decise di passare dall’entrata principale, facendo il giro dal giardino.
Il sole scaldava l’aria, il cinguettio degli uccelli era dolce. Quando aprì la porta una corrente d’aria gli schiaffeggiò il viso, portando con sé un odore crudo, di acido e ferro. Quello che vide fu sconvolgente.
Francesco in una pozza di sangue, con una voragine sul collo, grande quanto un pugno. Inutile sentirgli il polso.
I soccorsi arrivarono subito, la Polizia di lì a poco iniziò a fare i primi rilievi.

Cap. III

Il Commissario e il fido Paoletti

Con il solito tocco poco delicato, Paoletti bussò alla porta.
Non risposi subito, ma mi ributtai sulla poltrona girevole sospirando, come chi sa di non poter sfuggire al proprio destino.
Ero appena arrivato, con alle spalle una notte in bianco passata dietro un fantomatico stalker, che probabilmente era solo un’invenzione di quella Wanda. Credo che infondo la stalker fosse lei, che non ci fosse nessun pazzo in paese e che io ero in serio pericolo, quella donna era decisamente in preda a delle strane voglie ed era chiaro che mi aveva messo gli occhi addosso. Speravo solo che non fosse ancora lei!
Paoletti bussò di nuovo, ma il suo tocco ora, oltre ad essere poco delicato era anche fremente, conoscendolo c’era qualcosa di grosso.
- Aventi, entra. Che succede?!
- Hanno ammazzato uno!
- Ma che cavolo dici, che qui non succede mai niente!
- Guarda che non scherzo… ha chiamato il Parroco, l’ha trovato lui.
- Don Marco?!
- Si, si.
No, decisamente non era il solito scherzo, e comunque il primo aprile era passato da un pezzo. Salimmo in macchina e con una sgommata partii, Paoletti aggrappato alla maniglia, io con l’idea di dover forse vedere del sangue, che da sempre mi faceva schifo e mi faceva dare di stomaco. La cosa ironica è che quello che trovammo andava ben oltre ogni mia immaginazione.

Il luogo del ritrovamento

C’era già un discreto manipolo di curiosi nei pressi del cortile dietro la chiesa, fortunatamente la zona era stata totalmente transennata. Seduto dentro l’ambulanza c’era Don Marco, a cui gli operatori stavano misurando la pressione, di sicuro quel poveretto era sconvolto. Sul posto c’era anche il medico legale, lo avvicinai e le prime informazioni che mi diede furono sconcertanti.
Il ragazzo era presumibilmente­ morto dissanguato, sui numerosi graffi che aveva lungo le braccia, qualcuno aveva versato dell’acido cloridrico che li aveva quasi completamente cancellati, sciogliendo la pelle e i tessuti sottostanti. La ferita sul collo, che poi sarebbe risultata quella mortale, era stata realizzata da mani non esperte, e comunque la parte mancante non era stata trovata. Secondo il medico legale quella specie di cratere sul collo, era stato fatto con un oggetto tagliente. Forse il ragazzo prima era stato accoltellato alla gola e poi qualcuno aveva asportato parte della stessa, forse un feticcio o un depistaggio.
- Sarò più preciso ad autopsia finita Commissario, per ora è tutto molto nebuloso, e sicuramente non ricordo di aver mai visto una cosa del genere.
- Va bene. Mi faccia sapere.
I miei occhi si persero nel vuoto per un attimo… che inizio di settembre di merda, pensai. Avessi potuto decidere, di sicuro avrei preferito continuare a farmi rompere le palle da Wanda, piuttosto che vedere quel macello! Mentre questo mi passava per la testa, mi sentii toccare la spalla dalla mano calda di Marco. Era un vecchio amico ed un uomo veramente bello, dolce ed affabile e sicuramente, prima di diventare prete, aveva avuto anche delle storie, poi... la chiamata…
- Fabio…
- Marco, mi spiace per quanto successo. Lo so che forse preferiresti in un altro momento ma, avrei bisogno di farti qualche domanda.
- Certo.
- Ti faccio accompagnare in commissariato, io arrivo subito.


Cap. IV

Il commissario e i testimoni

Don Marco racconta

- Allora Marco, spiegami un attimo come sono andate le cose.
Tirai un sospiro, cercando di raccogliere tutte le idee. Gli spiegai che avevo ritrovato Francesco verso le 10:00, che non avevo ovviamente toccato nulla ed che chiamai subito i soccorsi e la Polizia. Poi il resto lo sapeva da solo.
Gli raccontai del rapporto tra Francesco e Monica, del loro volersi bene, delle loro passioni in comune e di come si dedicavano agli altri ragazzi della parrocchia, organizzando piccoli spettacoli teatrali. Nulla di strano, niente che facesse presagire una fine così orribile. Spiegai che nessuno avrebbe potuto voler male né a lui né a Monica. Erano due anime pure ed innocenti. Lui poi era stato provato dalla vita, giovanissimo e già orfano dei genitori, senza nessun altro che gli volesse bene. Speravo con tutto il cuore che almeno lei fosse viva.

La madre si dispera

- Signora, cosa ricorda di stamattina?
Non riuscivo a togliermi dalla testa il rumore assordante del vuoto che aveva lasciato nella mia testa quella frase “… sua figlia è sparita e Francesco e stato ucciso…”.
- Guardi Commissario, mia figlia è uscita come sempre verso le 10:00, poco prima, con la sua borsa, il portafogli con i documenti e senza cellulare perché non lo possiede. Mi ha detto che sarebbe passata a prendere Francesco e poi sarebbero andati in Parrocchia per le prove dello spettacolo. Non ho idea di cosa possa essere successo, ma ho paura…
Implorai il Commissario di trovare mia figlia.

La sorella “Crudelia”

- Mi ascolti Commissario io sinceramente sono corsa subito quando ho saputo, ma non avevo grandi rapporti con mia sorella, se si aspetta di sapere qualche confidenza su lei e Francesco, credo che non potrò aiutarla. Quello che le posso dire è che Monica è sempre stata strana, una ribelle, pazza scatenata.
Il Commissario mi guardò, e sollevando il sopracciglio disse:
- Non mi sembra che le faccia molto male parlare così di sua sorella… in realtà non mi sembra nemmeno troppo preoccupata!
Infatti era così, infondo Monica ed io avevamo in comune solo la madre e il cognome di un padre che ormai non c’era più, morto come il più sciocco degli sciocchi, pulendo il fucile. Io ero andata a fare il bagno al fiume, quando mi vennero a chiamare non ci potevo credere. La mia più grande fortuna fu la vicinanza di Don Marco, poi riuscii ad andare fuori da quel maledetto paese, che era stato da sempre fonte di sventura e sofferenza per me.

Nonostante i miei sforzi, nulla emerse di più dalle loro bocche, erano però state le parole piene di rancore e risentimento della sorella di Monica a colpirmi. Non parliamo poi degli amici, a parte il racconto squinternato di due gemelle tredicenni. Una mi disse di aver visto Monica e Francesco con la panda, dirigersi verso le 8:00 al boschetto, l’altra sosteneva di aver visto Monica in motorino andare sempre verso il boschetto, ma alle 8:15 circa. A parte che a quell’ora i due ragazzi erano a casa, poi comunque Monica non poteva mica avere il dono dell’ubiquità.
Sto cavolo di paesello poi, non ci aiutava nelle indagini. Niente telecamere di sorveglianza, pochi cellulari. Monica non lo possedeva e quello di Francesco era stato trovato a casa sua, probabilmente dimenticato nella fretta di uscire.

Cap. V

2 mesi dopo – All’uscita dal “Frutta e verdura”

- Valeria, sei qui!
- Mamma, scusami, sono venuta un attimo a fare due parole con Don Marco, avevo bisogno di un conforto!
- Non ti preoccupare, anche io mi fermo un attimo per due preghiere…
- Va bene mamma, fai pure con calma, io ti aspetto fuori… ciao Don.
Don Marco si avvicinò e si mise in ginocchio accanto a me. Avevo le mani giunte davanti al viso, una lacrima mi scappò giù, bagnando il banco, la asciugai col palmo della mano.
Non sapevo se quello che avevo fatto fosse la cosa più giusta, non sapevo se Dio mi avrebbe mai perdonato, ma sapevo di poter contare su Don Marco. Il suo aiuto non mi sarebbe mai mancato, la sua voce mi avrebbe sempre rassicurata, il suo amore, anche se diverso, non mi avrebbe mai abbandonata.
Io e Marco ci conoscevamo da tanto, eravamo cresciuti praticamente insieme e prima che si facesse prete, eravamo stati una cosa sola. Pensavo veramente che sarebbe stato per sempre, invece poi partì per andare in seminario. Quando ci rincontrammo, ero già sposata ed avevo Monica.
Dopo che mio marito morì, ci rimase sempre accanto. Sicuramente sarebbe stato un ottimo padre, se solo avesse potuto!
Uno squillo di cellulare mi distolse dai miei pensieri, era il commissario che doveva farmi altre domande.
Mi girai verso Marco che quasi implorandomi disse:
- Per quanto vuoi continuare ancora così?! Per favore… ti accompagno.
Strizzai gli occhi, scossi la testa, sentivo la mia mano calda fra le sue. Avevo ancora Valeria da proteggere.
Al sentire lo squillo del telefono in canonica mi alzai e feci per uscire, Don Marco andò a rispondere, era Fabio.

Cap. VI

Il giorno prima in commissariato – I conti non tornano

- Paoletti qua le cose non quadrano tanto. Il medico legale dice che il corpo è stato spostato, quindi Francesco è stato ammazzato altrove, all’aperto si presume, viste le macchie di erba sui vestiti e i petali di margherita ritrovati fra i capelli. Sappiamo che questo è vero ed è compatibile con le tracce ematiche abbondanti ritrovate al boschetto. La morte risalirebbe a circa due ore prima del ritrovamento, e così si spiegherebbe la quantità esigua, dice lui, di sangue attorno al cadavere, ma allo stesso tempo sconvolgerebbe gli orari dei testimoni principali: il Don e la madre.

Paoletti si grattava la testa, arricciando il naso. Aveva il referto del medico legale in mano e sparsi sulla scrivania i verbali delle varie testimonianze.
La ragazza ancora non si trovava, la macchina si era volatilizzata, nessuno aveva né visto né sentito niente allora e neppure nelle settimane a seguire. Sembrava di essere in un vicolo cieco.

Vidi Paoletti, affannarsi per cercare qualcosa nella tasca della giacca. Dall’altra parte del cellulare la figlia frignava per l’ennesimo torto dell’amichetta.
- Tesoro di papà non te la prendere, lasciala stare, lei e i suoi commenti snob. Non pensare che bastino solo dei bei vestiti per essere una persona perbene. Tesò, adesso papà ti deve lasciare, poi ne riparliamo sta sera a casa, ok?! Ciao…

Si scusò con me, che infondo non avendo figli, non potevo capire cosa significasse l’attaccamento figliare. In compenso questo mi era servito da stimolo, avevo avuto un’illuminazione e con fermezza chiesi a Paoletti di fare una verifica. Gli feci chiamare le due gemelle ritenute inizialmente testimoni poco attendibili.
Il punto fondamentale era per me capire, se le due, avessero visto bene in faccia Monica mentre transitava, la risposta non fu positiva per entrambe. Il motorino visto era sì di Monica, ma il casco integrale non permise alla ragazzetta di scorgerne il viso.
- Paoletti, verifichiamo un attimino, ripartiamo dalla deposizione delle gemelle e ricostruiamo un po’ che cavolo è successo quella mattina. Facciamo tutti i rilievi del caso anche sul motorino, forse salta fuori qualcosa che ci siamo persi.

Il giorno dopo in commissariato – L’ora dei conti

- Paoletti hai chiamato Don Marco e la madre di Monica?
- Sì, stanno arrivando.
Sospettavo nei giorni precedenti che ci fosse stato qualcosa di strano, non avevo ben capito le dinamiche, ma ero ormai più che convinto che la madre di Monica sapesse più di quanto ci aveva detto, volevo farle confessare tutto ciò che sapeva.
Avevo lasciato la porta dell’ufficio semiaperta, in modo da accorgermi dell’arrivo dei due, dopo poco fece capolino solo Marco, mi disse che la signora era un attimo andata in bagno, non si sentiva molto bene, e forse era comprensibile.
Lo feci accomodare, sembrava tranquillo, ma le sue mani lasciavano intendere che così non era.
Aspettammo un po’, poi mi iniziai a preoccupare, la donna non arrivava, forse un malore?!
Mandai subito qualcuno a verificare, il bagno era deserto. Ordinai con i denti stretti di trovarla subito…

Per le scale del commissariato – Una fuga senza senso

- Mamma!
- Valeria!
- Che ci fai qui?! Ci sono novità?
- No, ho solo accompagnato Don Marco, ma adesso vado che ho da fare…
Uno scalpiccio velocissimo ed affannato per le scale, segno che qualcuno avesse fretta, mi fece alzare gli occhi. Era Paoletti che prese mia madre per un braccio e le chiese dove stesse andando così di orsa. Lei abbassò gli occhi, forse veramente sapeva molto più di ciò che aveva sempre raccontato a tutti, anche a me. Forse era arrivato il momento per lei, di dare una spiegazione.
Paoletti la riportò al piano di sopra, la fece entrare dal Commissario ed allo stesso tempo uscì Don Marco, che si mise seduto acconto a me, in una sedia sgangherata lungo il corridoio. Mi prese la mano. Non potevamo fare altro che aspettare e pregare, per mamma, per Monica, per quel poveretto di Francesco.
Dopo qualche ora mia madre uscì a testa bassa, la stavano portando via, aveva ucciso lei Francesco, aveva confessato!
Don Marco si alzò di scatto, le andò incontro e prendendole le mani, la chiese:
- Perché?
- Non ti ho tradito Marco, non lo farei mai…

Io non capivo niente. Un morto, mia sorella sparita, mia madre reo confessa di un delitto atroce che parlava di tradimento con Don Marco… che cavolo stavano dicendo?!
Fissai atterrita Don Marco, quasi celasse una verità ancor più atroce di quella già svelata da mia madre. Volevo sapere a questo punto cosa era successo, volevo sapere cosa quei due stavano dicendo. Sentivo lo smarrimento trasformarsi in rabbia, di chi per la prima volta capisce di essere solo stato raggirato, preso pesantemente in giro dalle persone più vicine, tutta la vita.
Non ci fu però bisogno di andare oltre, Don Marco mi disse dolcemente che ormai era tutto finito e che dovevo stare tranquilla, ma forse per me il brutto doveva ancora arrivare.

Cap. VII

Sei mesi dopo – La fine penosa ed il riscatto?!

Sono in viaggio verso Milano, la mia carriera sta andando a gonfie vele e credo proprio di meritarmelo. Sento il cellulare squillare, metto in vivavoce.
- Buongiorno commissario!
- Dai Vale, lascia perdere… piuttosto quando torni? Ho un regalino per te…
- In serata dovrei tornare e magari ti faccio io un regalino, che dici?
Sì, è proprio lui, il buon Fabio, il Commissario. Abbiamo una relazione aperta, ci vogliamo bene senza troppi vincoli, non credo di essere pronta a nulla dopo quello che è successo.
Fabio era stato molto bravo, credette solo in parte alla confessione di mia madre, e aveva ragione a farlo perché molto aveva fatto anche il Don.

Quel 3 settembre la panda scalcinata portò Monica e Francesco al boschetto, volevano stare solo un po’ insieme, forse avrebbero fatto l’amore, ma qualcosa scattò nella testa di Monica, che iniziò a graffiare le braccia di Francesco, fino a farlo sanguinare.
Mia madre nel frattempo stava arrivando in motorino, dopo che Monica uscì di casa la mattina, notò che mancava un coltello da cucina. Lì per lì non ci fece caso, ma poi sospettò. Inforcò il motorino e subito andò al boschetto, Monica amava quel posto e sicuramente erano là.
Arrivando, vide Francesco che stava cercando di far calmare Monica, era spaventato, sanguinante.
Purtroppo non riuscì a fermare la coltellata che colpì al collo il ragazzo, che ricadde su un fianco. Mia sorella si girò di scatto, ma fu raggiunta da un colpo in testa e svenne. Mia madre la voleva solo stordire, per difendersi e difenderla. Poi decise di caricare tutti e due in macchina. Francesco nel bagagliaio. Lo scaricò in canonica dove cercò di inscenare un evento, un qualcosa finito male, un gran pasticcio insomma. L’acido lo aveva usato solo per cercare di creare un diversivo, così come per il buco sul collo… sperava di deviare le indagini, creando degli elementi da killer seriale. Che cretinata!
Nel frattempo Monica non rinveniva e all’arrivo di Don Marco gli chiese aiuto, proprio come tanti anni prima.
Mia sorella era morta, il colpo alla testa non l’aveva solo stordita, così decisero di portarla nel seminterrato della canonica e poi di chiamare i soccorsi. Nel frattempo mia madre ripartiva per il boschetto e recuperava il motorino poi, subito dopo chiudeva la vecchia panda in un fienile abbandonato, dove poi fu fatta ritrovare.
Monica, qualche giorno dopo, fu sciolta con l’acido, insieme col brandello di collo di Francesco.

Don Marco completò di sua sponte, la versione di mia madre, che inizialmente si era addossata tutta la colpa per l’omicidio di Francesco, senza tirarlo in ballo. Subito dopo la sua confessione, entrò nell’ufficio di Fabio e completò il racconto.

Con mio grande disgusto, scoprii che Don Marco era il vero padre di Monica, mia madre si sposò solo per coprire quella vergogna e diede d’intendere a mio padre che il bambino fosse suo.
L’incidente poi che gli capitò col fucile da caccia era una messa in scena.
Quel giorno Monica, nonostante fosse una ragazzetta, salì in braccio a mio padre, voleva giocare. Lo morse sul collo fino a farlo sanguinare, lui urlando, per staccarsela di dosso, la colpì. Mia madre stava cucinando ed accorse subito; non riuscendo a farlo calmare, sentendo in continuazione che inveiva contro la figlia e minacciava di farla rinchiudere, lo accoltellò con un fendente al collo, dritto sotto il mento.
Don Marco dichiarò di essere presente, quel giorno, quando successe l’incidente col fucile e mio padre rimase ucciso. In realtà non era così, arrivò solo dopo e, per eliminare i segni della coltellata, trovò l’escamotage della fucilata, con cui praticamente, gli fece esplodere la testa.

Mia sorella era solo un’anima in pena, chissà quante altre volte avrà avuto i suoi raptus.
Mia madre non si preoccupava troppo delle sue assenze e sapeva che sarebbe tornata, perché in realtà Monica non era una giramondo, ma si sottoponeva periodicamente a delle cure. In casa di mia madre ho trovato dei referti di un centro psichiatrico.
Monica era affetta da un disturbo mentale, una psicopatia chiamata licantropia clinica e pur di difenderla, le uniche persone che si erano veramente trasformate in bestie, erano state i suoi genitori.

(Ha partecipato al Concorso letterario "the Dark Side of the Woman" indetto dal blog Donne  Difettose)

Regolamento del concorso

(Tema: Racconto inedito genere giallo, noir, thriller o hard boiled - Min 8.000 Max 25.000 caratteri)

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