Speranza e la stella Verde

Mi svegliai di soprassalto, stretta nel maglioncino
blu. L’auto aveva incontrato una serie di buche e
io avevo sbattuto la testa nello sportello.
Mi stropicciai gli occhi, non era tardi, ma il buio
della notte inghiottisce presto le giornate invernali
e i viaggi in macchina mi conciliavano sempre il
sonno.
Mi affacciai al finestrino, la strada di campagna
che mi riportava verso casa, non aveva lampioni. Il
cielo pareva una tazza di caffè nero, in cui le stelle
si gettavano come granelli di zucchero.
Tra le tante ne scorsi una verde. Che strano, una
così grande non ne avevo mai vista.
Un battito di ciglia e non c’era più, eppure ero
sveglia. Girai la testa ed eccola là.
Corrugando la fronte non capivo, ma una voce in
testa mi disse che non era l’ora e la stella verde
zigzagando si dileguò.

(Pubblicato su Pagina99 il 13/08/2014 con tema:"Stelle cadenti e altri fenomeni celesti")

Viaggio nel vento

Ho un ricordo in bianco e nero di un lontano
passato, in cui fui mandata in quella città, che mi
sembrò così lontana; di certo per cultura, per me
bimbetta di periferia.
Fu una scoperta, affacciata al finestrino della
scalcinata littorina mi sentivo il cuore in gola,
avvicinandomi a quella bizzarra signora.
Col suo profilo orbo e saccente, con quell’aria
stravagante ma mai volgare che solo i grandi artisti
hanno.
Una volta arrivata la vidi per quello che era,
un’immensa salita, così come lo è la vita, pensai!
I miei occhi stupiti di allora, oggi la guardano con
la cognizione di chi col tempo, ha imparato a
conoscerla.
Le si può solo rimproverare di essere un po’
lunatica. Spesso è facile vederla imbronciarsi tra
le nuvole e prendersela col vento che le scompiglia
la rossa chioma.
Urbin ventosa!



(Pubblicato su Pagina99 il 2/08/2014 con tema:"Avventurosa Rodi, ma è meglio Sin City")

Assolate domeniche di “infusione”

Gennaro seduto con me al Caffè Centrale 
come tutte le domeniche pomeriggio, 
stava ricaricando la sua cipolla 
tramite l’apposito ingranaggio.
Gli diedi una gomitata al passaggio 
della biondina che gli piaceva tanto, 
sempre seguita dalla pregiatissima mammà.
Mi guardò con gli occhi un poco torti 
e disse sospirando:”Sono infuso d’amore Pasqualì”.
Porgendogli il bicchiere dissi:”Si proprio fuso Gennà”.

Operazione mangrovia

Ci eravamo attivati da subito per rintracciare
la figlia del Prof. Nero, che scomparve
dal campo est 4 mesi prima.
Dopo tanto cercare a vuoto, 
trovammo delle tracce davanti una piccola cascata
di una decina di metri, dal cui salto nasceva 
un sottile arcobaleno.
La notte un’ombra mi passò accanto, 
feci per afferrarla, ma con una zampata 
mi rigettò a terra.
“Elena!?” gridai; un ringhio mi impietrì.

Chi troppo mangia nulla “scacca”

Un ghigno scemo si era disegnato sul viso 
del corpulento avvocato. Un rivolo di fumo 
si alzava da quello schifo di sigaro 
che teneva nell’angolo destro della 
bocca e che mi faceva pizzicare gli occhi.
Prendendo il suo cavallo per la testa, 
diede un colpo secco al mio alfiere, 
che cadde sconfitto.
Che intelligenza rimanere col re 
ed il suo ronzino, contro il mio 
“indifeso” sovrano.
Ormai è patta!

“...ma il treno dei desideri, dei miei pensieri all’incontrario va…”

Al contrario di ciò che si pensa,
la vita non può, né deve essere 
sempre presa di corsa. Siamo frenetici, 
ansiosi, indaffarati, arrabbiati, spesso 
solo per arrivare a capire di aver 
perso per strada molto, se non tutto.
Mi piacerebbe essere come una 
locomotiva a vapore, che sferragliando
felice si gode serenamente il paesaggio, 
il cielo, gli uccelli e le nuvole.
Uno sbuffo di vapore dopo l’altro.

Fossi Archimede!

Come una vecchia locomotiva a vapore,
corro lungo gli infiniti binari
dell’esistenza, e nel viaggio attraverso
boschi e città, cieli tersi e uragani.
Tenace guardo oltre ogni altura e
trattengo il fiato, sfidando il buio di ogni
galleria.
Dicono che il mio sferragliare sarà lo
stesso per sempre, ma forse è più vero il
contrario. So bene che ogni treno ha in
serbo un arrivo.
Spero solo in una spirale.

Ferrinfiore

Tornato da un lungo viaggio, che per
troppo tempo aveva sbalzato la mia
mente in una realtà alterata e distorta,
capii che ero a casa.
Ero teso, ma mi sarei sciolto in un
abbraccio, se ci fosse stato qualcuno ad
accogliermi.
Poi vidi penzolare qualcosa da un ramo
della quercia. Era una scritta che avevi
fatto per me, col fil di ferro, ormai
mangiato dalla ruggine.
“Bentornato” lessi singhiozzando.

Beati gli ultimi, se i primi avran giudizio

Buco mano buco piede, sembrava
semplice!
Non solo era la prima esperienza sulla
croda liscia e maledettamente spigolosa,
ma il più grande problema era che stava
cercando ciò non avrebbe trovato lassù.
Si fermò a metà strada, la macchina
fotografica al alta risoluzione pronta, ma
si sbilanciò, ODDIO CADO NOOO!
Rimase appeso, col primo di cordata che
lo guardò sereno.
Ora aveva trovato ciò che cercava.

“Mortali” libertà

Tendendo le braccia cercava un appiglio.
Non era pazzo, né tanto meno emulo di
chi, dopo aver bevuto e ubriaco,
vacillava.
Si sentiva angariato.
Stretto in vita da un asciugamano, si
aggrappò al lavandino.
Alzò piano la testa, che sembrava essergli
affondata nelle spalle e si specchiò.
Ognuno è libero di vivere la sua vita
come può e vuole, ma alle volte bisogna
fare i conti con la propria coscienza.

Il cuore a tempo della Digitale purpurea

Un sospiro e i vapori dell’anima
dipingono la mia più grande opera, sul
vetro limpido della finestra.
Solo adesso i miei occhi non guardano,
ma vedono, sentono e gioiscono.
Solo ora fra il bianco della neve,
risplendono i colori dei fiori del pascolo
e rimbombano i ronzii delle api.
La vita è dura, tormentata e in divenire
come le stagioni, ma per ciò che vuoi tu
lotta, perché l’otterrai e lo terrai.

L’immensità di una Drosophila

Cerco un po’ di fresco in cucina.
Accendo la luce ed eccolo là, nottambulo
come me, a girare sotto il lampadario.
Sorseggio la mia acqua e limone e
continuo a guardarlo, in fondo anche i
miei pensieri in testa fanno così, girano.
Corrugo la fronte e gli soffio contro.
Il poveretto con un movimento al
fulmicotone snatura il suo giro ma poi
torna alle sue iniziali evoluzioni.
Del resto così è la vita!

Introspezioni cosmiche

Sentiva l’aria sfiorarle il viso triste in
quella notte tiepida. Lei, piccola ombra
danzante al chiaro di luna.
I suoi occhi mal celavano un’assenza e il
suo sguardo si perdeva nel cercare di
capire quale fosse la strada per
raggiungere le stelle; là dietro le nuvole
di smalto grigio che maliziose
sussurravano i loro segreti alla luna.
Poi si rasserenò e sorrise, mentre una
cicala scoppiava d’amore.

I gran signori

Zona di lusso come i due piedi che si
poggiarono sul suo sgabello.
Non guardò oltre l’orlo dei pantaloni per
misura, ma sicuro era un signore.
Iniziò a lustrare le belle scarpe di
vacchetta. Finito prese le 20 lire.
I due piedi fischiarono ad un taxi e non
curanti pestarono una pozza.
Gli schizzi bagnarono Rino, che preso il
suo sgabello se ne tornò al rione.
“Che i signori se le spazzolino da soli”.

L’anima della foresta pluviale

Dopo mesi passati in isolamento, quello
che sentirono le sue orecchie gli sembrò
più un referto di guerra, che un obiettivo
ragguaglio.
Le persone mal convivono e
l’individualismo prevale, anche in un
gruppo di impavidi ricercatori.
Poco male, la sua esperienza nella foresta
era stata comunque travolgente e ogni
notte sognava l’immensità di quegli occhi
neri che come alta marea l’inondavano
d’oblio.

Succo d’Eva

Non sapeva scegliere, cuore o cervello?
Difficile dividerli, ma era un continuo
tiro alla fune tra quei due, che da sempre
si contrapponevano senza comprendersi.
È difficile pensare senza sentire, forse
peggio sentire senza capirci niente.
Tutte quelle voci che le si affollavano in
testa, invadenti, deliranti.
Decise lei per tutti.
Col viso color del mosto, ora aveva l’aria
serena, senza più pensieri.

Parabolicamente: son grano o granaglia?

Mi chiese se avevo un referente,
qualcuno che potesse garantire per me.
“No, ma sono onesto e zelante”
Dapprima ghignò, poi scoppiò a ridere.
“Un po’ pochino direi”
“Vede, io credo che il male del nostro
tempo sia che il grano buono viene
gettato fra i sassi come volgari granaglie,
ancor prima che possa fruttificare, ma io
sono speranzoso. La vita è lunga e il
tempo non è certo una linea senza fine”.

Passeggiata d’estate

A piedi nudi risalgo la china di nuvole
bianche, stretta nel mio soprabito di
lucciole.
Mi avvicino alla luna piena che bonaria
riposa, mentre le stelle giocano a
rincorrersi tutt’intorno.
C’è chi la considera solo una palla che
vive di luce riflessa; a me piace pensarla
come una possibilità, che permette
d’iniziare a intravedere nella notte, in
attesa della luce del giorno pieno.
Ora sono in cima!

La speranza delle stelle

Ci ripensai. Non per vigliaccheria, ma
perché valutai che sarebbe stato assurdo
anticipare il mio turno, per colpa di chi
non considerava che sarebbe arrivato il
suo.
Il tempo è inesorabile e ripaga tutti allo
stesso modo.
Le lettere del mio biglietto, mostravano
ancora i segni dell’assalto.
Sarebbe stata una follia seguitare.
Infondo mi bastava solo voler aprire gli
occhi, per non vederli più.

Il giardino delle api

Come una piccola ape operosa, iniziò la
sua vita.
Si dava da fare, ligia e morale.
Coi piccoli occhi puliti scrutava il modo.
Pochi vivevano nell’amenità, troppi
sopravvivevano, battuti da una
burocrazia farabutta.
Anch’ella un giorno incappò in una pia
funzionaria, ma a sue spese capì, che
quella era falsa carità, dietro cui si
nascondeva una mantide biliosa, pronta a
ghermirla per rubarle la pace.

Io l’ho sentita a voi ora credere

Senza tanti convenevoli ed ingombranti
accessori, i due bimbi si avviarono con le
pecore. Enzo non poteva parlare né
sentire, ma i suoi occhi si perdevano
nella miriade di fiori colorati che
popolavano i pascoli odorosi.
D’un tratto un fiocco di neve, poi un
altro.
I due straniti si guardarono, ora
tutt’intorno infuriava la tormenta.
Una donna celestiale li salvò, facendoli
riparare sotto un acero.

Anch’io ho scelto

Una notte convulsa, tra sudori freddi e
rivi di lacrime ardenti, mi ritrovai ancora
ad affrontare quella scelta.
Una maniglia, da aprire o da scalare; e
mi scoprii a braccia aperte spalle alla
roccia, a strapiombo con le stelle sotto i
piedi, col fiato corto e il cuore in gola.
Stringendo i denti credetti di sentire il
sibilo di un falcetto arrivare a tagliarmi
via come gramigna, ma poi la tua voce!

Il buono e il brutto, senza il cattivo

Nell’aia della nonna con alle spalle il
pollaio a fare da città, a cavallo del fedele
manico di scopa, con un bastoncino in
bocca come sigaro e una coperta come
mantella, Marco, il cowboy, aspettava.
Luigi lo raggiunse correndo, aveva sotto
braccio un mangianastri; lo azionò e si
mise davanti all’amico, mano al fodero
delle pistola di legno.
Come nei grandi film di Leone, il duello
poteva iniziare!

T-1000

Finalmente il giornale titolava:“Gli
scienziati hanno creato un polimero
capace di autorigenerarsi in poche ore!”.
Sarebbe dovuto essere il più bel giorno
della mia vita, ma non fu così.
Io passai anni a cercare di capire come
creare il “Terminator”, lei ci impiegò
giusto 2 minuti a stritolarmi il cuore.
Fredda, crudele, seduta sul puof a forma
di capitello.
Forse fu lei la mia più spietata creazione.

Croce sul petto e olezzo di ferro

Cammino per il sentiero vischioso che
fiancheggia la valle di fiori assonnati.
L’aria è dolce. Mi fermo e guardo in su.
Il cielo è un po’ diverso, ma la luna
piange lacrime di ghiaccio oggi come
allora.
Il mio cuore inizia a palpitare e alle mie
orecchie giungono quelle parole: “Farli
passare per quella maledetta gola è una
pazzia, per tirarli fuori dovremo
improvvisare un’operazione di
estrazione!”

Colletto di piume

Il sole tagliò le nubi.
I bambini ripresero a rincorrersi, i
mercanti a urlare, i carrettieri a strigliare
il bestiame, mentre il giullare teneva
banco parlando di un miracolo.
Un servo si guadagnò l’esecuzione sulla
forca, reo di aver fatto morire il colombo
cappuccino del suo padrone.
Chiese di poterlo vedere ancora.
Il suo pianto era sincero e la bestia
bagnata dalle lacrime si ridestò e volò
via.

È un gioco da bambini

Suo fratello (che era “Creatore di 3°
livello) era in ritardo come sempre, così
Polinak, guardando la 5° luna del suo
pianeta, iniziò a giocare a “Io Plasmo”.
Oggi doveva creare un Tilacino.
Testa di cane, fauci di coccodrillo,
striature da tigre, coda e marsupio da
canguro.
Ora doveva stamparlo, soffiarci per
vivificarlo, appiccicarci un’aura e spedirlo
col tubo spazio-tempo su qualche bel
pianeta!

“Polvere” di stelle

Trafelata entrò in casa spogliandosi per il
corridoio.
Uscì dalla doccia, un grido, poi una
nuvola invase il bagno.
Tossì con fragore e pensò a quanto un
banale incidente potesse esserle fatale,
mentre cercava di recuperare quanto
rimasto del cofanetto di borotalco volato
per aria.
La polvere aveva formato delle macchie
disposte a V sul pavimento. Sembravano
le stelline della Chioma di Berenice.

Oranda

I suoi occhi erano lanterne dietro il vetro
della teca.
Guardava, pensava.
Quegli esseri erano improbabili: per
vivere dovevano stare immersi lì dove lei
sarebbe morta e per passare il tempo non
facevano altro che ciucciare e sputare in
modo maniacale tutti i sassi che
trovavano.
Era venerdì, si affacciò di nuovo, li vide
fare il morto a galla e sentì suo padre dire
che era tutta colpa del nitrito.

Quasi come Re Mida

Teneva quei fili ambrati nascosti in un
vecchio barattolo di solvente, nel ripiano
più alto delle dispensa.
Era indaffarato tra i vapori e le vampe
che salivano dalla vecchia stufa, sotto gli
occhi vigili di chi lo doveva giudicare.
Piangendo affettava, poi tostava, sfumava
e lasciava piano piano restringere.
Porse un piatto d’oro e dimostrò di essere
degno di entrare a far parte della
confraternita.

Ad occhi lucidi

In vetta assaporo l’aria, da qui è facile
scorgere la grigia umanità che si
accartoccia.
I gineprai prodotti dall’inutile burocrazia
creano disagi, stress, insonnia.
Lo scorrere frenetico del tempo ci lancia
in pasto a un ritmo compressore.
Tutti dovrebbero voler arrivare
consapevoli a questa cima nivea.
Stare più vicini al cielo irradia il cuore,
apre la mente e fa dissipare il superfluo
come bruma.

Affettare la vita

Allungò la mano, svenevole strappò il
talloncino di carta col numero 54 e si
piazzò davanti al banco salumi.
La vide riflessa sulla lama rotante,
mentre tagliava 3 fette di prosciutto per il
panino di Marco.
D’un tratto pensò che lei era proprio in
quel modo, affettata, sempre stretta a
quel suo modo falso e bugiardo di
vivere.
Quella bizzarria gli strappò un sorriso e
un sereno “Chi posso servire?”.

Il (ri)tocco

Caro Dottore,
credo abbia eseguito un errore.
Aveva giurato di farmi cambiar,
”Da scalcinato anatroccolo a superstar”
Peccato che col laser all’anidride,
invece di esaltarmi gli occhi e farli ride,
m’ha combinato malamente,
con l’orbite di fuori e la pelle che pende.
Ora sembro un ramarro matto,
anche se un passo avanti l’abbiamo fatto!
Il laser infatti m’ha incendiato,
il pelo nero che sul naso mi era nato.

Il primo bardo

Si lavò le mani nel catino di legno.
Guardò suo figlio serena, di lì a poco lo
avrebbe alzato per poi avvolgerlo in un
telo, ma prima doveva preparare tutto per
i monaci che aveva chiamato. Sarebbe
dovuta essere la loro sapiente assistente.
Seguì un rito fatto di moniti e preghiere
per il ragazzo.
Ora il suo corpo era pronto per nutrire le
altre creature del mondo e l’anima per
tornare tra 49 giorni.

Ritorno al mondo futuro

“Intreccia i tuoi pensieri malvagi perché
non possano sfuggirti, illuminali con la
luce di una candela, pervadili con
l’aroma dell’incenso, annichiliscili con la
bellezza di grandi fiori.
Il tuo cuore si scioglierà in lacrime
vedendo i tuoi peccati alla deriva svanire
lontano.”
Parole di un rito antico, ricordo di una
donna saggia, bassa e minuta,
smisuratamente lontana dalla vita
presente e civile.

L’amica fedele

La porta a spinta si aprì e continuò a
cigolare.
Si era fermato in una delle tappe del suo
viaggio. Chiese da bere whisky, come
sempre schifosamente allungato.
Si avvicinò poi al tavolo da gioco,
rimpiazzando il Baffo, a cui levò con
decisione lo sgabello da sotto il sedere.
La mano era vinta? No, il Guercio era un
baro, ma la sua Colt Navy aveva il cane
sempre alzato e fece giustizia per tutti!

Divenire

Dall’alto dei bastioni scrutava le sue
terre, ormai dolci e serene.
Ricordava quando anni prima, in una
giornata torbida di pioggia, un branco di
corvi rabbuiò il cielo, precedendo la
nefasta notizia della caduta di suo padre.
Poi le mani di sua madre a coprire,
piangendo, gli occhi blu.
All’epoca studiava le precessioni degli
equinozi, ma la sua salita al trono fu
anticipata di ben più di 20 minuti!

Sing… ic, sing… ic, singhiozzo

Era un tormento, quando iniziava non se la
smetteva mai. Un sobbalzo dopo l’altro, ancora e
ancora, sulla sedia, in piedi, sdraiata!
La credenza popolare diceva che provocasse
l’espansione del cuore, chissà se era vero
realmente!
Comunque l’unica credenza a cui pensava la
Nannina in quei momenti, era quella della cucina.
Una corsa al suo cospetto, un bicchiere d’acqua e
il tanto agognato sollievo.

C’era una volta una commessa

Eh le clienti! Spesso troppo chic, finiscono per
risultare solo snob; lo sa bene chi si trova dall’altra
parte, un po’ a disagio e un po’ stizzito, seppur
sempre di nascosto.
Clienti come quella certa Lulù, col contorno labbra
molto rosso, lunghi artigli e naso alla francese, che
ti fa diventare matta.
Sempre la stessa storia, il negozio a soqquadro e
scarpe ovunque, manco fosse stata un millepiedi!

Redentàa

I cardini arrugginiti gemettero.
Le assi di legno parevano cedere sotto il peso dei
passi di Tilòk, oscuro negromante di Klòk.
1203 anni prima aveva scagliato un anatema sulle
donne di Galàa, ora veniva a riscattare il corpo
dell’ultima della stirpe dai capelli blu.
Due occhi cobalto si accesero nel buio del
sottoscala.
L’aria greve si mosse veloce.
Un attimo e Tilòk cadde riverso trafitto alle spalle.

Tragedia d’onore

A passi incerti avanzavo nell’oscurità, seguendo il
bagliore in lontananza.
Ora la luce era vicina, mi protesi verso la porta. Il
tempo nella stanza sembrava fermo, quasi fosse
una ricostruzione da museo.
Non la riconobbi subito, ma poi rammentai.
Il mio proposito di dimenticare non era stato
rispettato.
Non era stata mia sorella a disonorare il buon
nome della mia famiglia, ora sapevo la verità!

“Rata-Touille”

Il vecchio Touille uscì collerico dalla cambusa
agitando in aria il mestolo lordo.
Fuori di sé gridava e sfoderava i quattro denti rotti
che gli restavano aggrappati alla bocca.
Il capitano guardò rassegnato, il cuoco cercava di
nuovo il mozzo col muso di topo.
Poi un’esile gamba si allungò da dietro un barile e
Touille cadde, vedendo, con l’occhio buono,
schizzargli via dall’orbita, quello di vetro.

“Nomadi radici”

Maledette candele!!!
Lo spinterogeno era andato; era la terza volta in un
mese e adesso non ci voleva.
Sarebbe stato molto meglio aver ascoltato il
vecchio Tchin ed essersi fatto derubare comprando
quel dromedario spelacchiato e puzzolente.
Sabbia solo sabbia! Aveva voglia di tornare
indietro, poi quegli occhi avvolti dalla
loro tagelmust lo trafissero e tornò a sentire gridare
il suo sangue nativo.

Miseria e nobiltà

Fece per portare il bicchiere alla bocca, ma dopo
che gliel’ebbero versato, il vino fece un’unghia.
A cosa gli serviva un assaggiatore?
Con gli occhi iniettati di sangue prese il bicchiere
e lo scagliò per terra mandandolo in frantumi.
Un silenzio assordante rese l’atmosfera greve.
Il povero servitore capì che era la fine, un ordine
con voce secca e il levriero del suo padrone lo
azzannò alla gola.

Fior di candeggio

Ho sempre avuto qualche problemino con mia
sorella. Dalla nascita, mi ha sempre percepita
come una minaccia, ed anche oggi, alla soglia dei
suoi 16 anni, non ha potuto fare a meno di infierire
su me piccina, sfregiandomi il vestito blu!
Me ne sono accorta ora, a meno di 24 ore dalla mia
Cresima!
Poco male! Se unisco i puntini lasciati dalla
candeggina con uno stecchino, otterrò dei
bellissimi fiori!

L’acchiappasogni dalle piume rosso porpora

Risale il placido fiume Manabo, con la sua canoa
sembra scivolare sull’acqua.
Pagaia forte, certo di tener fede alla sua promessa.
Lo sciamano esce impetuoso dalla tenda con gli
occhi chiusi, fiutando nell’aria l’odore di sangue e
vendetta.
Presagisce l’arrivo di Manabo.
La statuina in legno è pronta! È sicuro che verrà
trafitta e bruciata.
Un abbaglio lo acceca, è l’amuleto di Manabo
colpito dal sole.

Risultati brillanti

Nel semenzaio erano cresciute sane e robuste
quelle piantine, per giorni e giorni irradiate da una
strana luce viola. Ora andavano messe a dimora.
Una notte un urlo improvviso dall’orto, squarciò il
silenzio.
Corsi raggiungendo Lara, che mi guardò con la
bocca ancora aperta e tremante.
I riccioli dei piselli, avevano creato un solenoide e
si erano conficcati nei broccoli vicini, rendendoli
luminosi.

I racconti segreti del saggio “Mutul”

Sembrava volare mentre attraversava il cortile,
spaventando a morte quei due polli spennati,
mentre il gallo, in cima al pagliaio, tentava di
riportare la calma, senza risultati.
Si sentiva braccato. Cadde e rotolò.
Col cannolè tirato sul palmo della mano, si
strofinò cercando di cancellare i segni del fango.
Lo sentì arrivargli alle spalle.
Aveva perso!
Una leccata e una risata conclusero il gioco.

Le infinite vette

Con passi pesanti, saliva e saliva. Le mani logore
spingevano quel macigno, ancora e ancora.
La vetta era ormai vicina, la liberazione ad un
passo.
I suoi occhi finalmente brillavano!
Ogni volta rimaneva frastornato nel vederlo
rotolare giù; da quel rumore, da quella moltitudine
di occhi che si sentiva addosso.
Se strana era stata la sua esistenza, sicuramente
molto più il suo eterno destino!

Le triangolature del destino

1, 2, 3… era il tragitto di tutte le sue mattine,
contando di tre in tre i passi, che lo separava dal
portone di casa a quello dell’ufficio.
Un’ossessione o forse solo la ricerca della
perfezione!
Una mattina l’imprevedibile.
La scorse dall’entrata del bar, stava servendo dei
clienti.
Sul grembiule il tesserino triangolare, col suo
nome che aveva il suono dell’infinito.
Il suo perfetto infinito!

Quel che c’è, ma non si vede

Seduto sul ceppo di un abete tagliato di fresco,
osservava il frenetico lavorio delle formiche, che
stavano smantellando una cavalletta morta da
poco.
Con lo sguardo perso, allungò la mano per rubare
al bosco un filo d’erba, lo portò alle labbra e iniziò
a suonare.
“PerDiana, PerBacco, PerGiove… Che musica
soave!”
A raccontare di quello strano incontro, lo
avrebbero preso di certo per visionario.